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ARTICOLI

VI. Audacia

Questo articolo appartiene alla serie “Le Qualità Umane: come educarle“ L’audacia, oltre che come virtù, può considerarsi anche come passione; in effetti, il perfezionamento di questa virtù dipende in gran parte dalla forza della passione corrispondente. Poiché però la passione è solo un moto istintivo, occorre che essa sia illuminata dalla fortezza. Inoltre, al solito, le motivazioni possono convincere ad essere audaci, maxime nel perseguire il bene; d’altro canto, non bisogna dimenticare, come dice San Tommaso:” l’audacia aumenta con il vigore fisico, la salute e la giovinezza”. L’audacia è altresì parte della virtù della magnanimità, perché aiuta la persona a perseguire il bene e ad intraprendere magari anche grandi azioni, convinta del fatto che si debba perseguire qualcosa che realmente valga la pena. Infine, perché l’audacia sia una virtù, necessita della prudenza. Il cristiano fonda la sua audacia sulla speranza soprannaturale: che ogni persona ha ricevuto la promessa di beni che superano le aspettative umane e che devono venire ricercati, superando ogni rischio. Per educare i figli all’audacia, da principio essi devono essere messi nelle condizioni adatte, affinchè possano sviluppare una forte passione; allo stesso tempo, bisogna aiutarli a vedere i fini validi perché, in seguito, possano prendere decisioni coscienti, fondate su forti convinzioni e non già su semplici intuizioni o, peggio ancora, stolidi capricci. Le condizioni per essere audaci Quale premessa, è certo che l’essere umano è capace di fare molto di più, e meglio, di quel che ritiene. Si pone continuamente dei limiti, a volte senza rendersene conto, per falsa prudenza, per pigrizia, per mancanza di fiducia nelle proprie capacità; perciò l’audacia presuppone che il giovane impari a riconoscere e ad utilizzare le sue potenzialità, le sua capacità e le sue competenze. In tal modo, egli potrà ragionevolmente avere fiducia in se stesso. Una condizione è particolarmente importante: il dominio del proprio corpo; il corpo ha bisogno delle giuste attenzioni, rifuggendo dai meri istinti e dai piaceri solo superficiali. Il “sentirsi in forma” favorisce i buoni propositi; il corpo si mantiene efficiente, quando compie esercizi e si sviluppa con un’alimentazione sana, con benefici risultati anche sullo sviluppo morale. Due vizi sono contrari alla virtù dell’audacia: la temerarietà e la codardia. La persona che non ha fiducia nelle sue capacità e qualità personali può arrivare ad essere pusillanime, perché non osa intraprendere alcuna azione od iniziativa. La sfiducia può derivare dalla realtà o finanche dall’immaginazione dei giovani; è quindi compito degli “educatori” in genere aiutarli a scoprire e ad attuare tutte le loro potenzialità. Una condizione utile è rappresentata dall’orientare i giovani, perché facciano numerose esperienze, così da conoscere e verificare l’estensione delle loro possibilità. In logica di circolo virtuoso, inoltre, una persona tendenzialmente agisce con audacia se è giusto, generoso, paziente…; in definitiva, possiamo affermare, senza azzardo, che l’audacia aumenta secondo il grado in cui si manifesta l’amore. Giova ricordare, infine, che ognuno è più audace, se può contare sull’ aiuto degli altri; l’unità della famiglia promuove e, allo stesso tempo, risulta dall’impegno di tutti i membri, per

V. Prudenza

Questo articolo appartiene alla serie “Le Qualità Umane: come educarle“ La virtù della prudenza favorisce un’adeguata riflessione, prima di giudicare ogni situazione, permettendo in tal modo di adottare una decisione, secondo criteri retti e veri. La prudenza è necessaria, a genitori e figli, per essere giusti, per vivere la carità, per “SERVIRE”. Non a caso essa è stata definita “genitrix et auriga virtutum”, cioè la madre e la guida principe delle virtù, nonché “giudicatrice di tutte le buone abitudini”. La prudenza non ha nulla a che vedere con la tendenza a non compromettersi, quando esiste la possibilità di insuccesso, ravvisandosi in tal caso una sorta di negligenza che, al pari dell’imprudenza, è vizio contrario alla prudenza stessa. La virtù della prudenza consta di due aspetti: essa conosce e decide; percepisce la realtà e quindi, in maniera conseguente, comanda al volere e all’agire. Pertanto, i genitori che perfezionano questa virtù possono vedere con chiarezza ciò che cercano, prendendo la via che conduce al fine desiderato. D’altra parte, esiste anche la c.d. falsa prudenza, al servizio dell’egoismo e che utilizza tutte le risorse, per raggiungere fini distorti. Dopo aver stabilito i criteri adeguati per esprimere un giudizio, i genitori devono altresì valutare la situazione correttamente. Infatti, l’imprudenza, ossia la precipitazione, la sconsideratezza e l’incostanza, denota una mancanza di razionale dominio delle passioni; i genitori non devono giudicare i figli affrettatamente, poiché la loro personalità è un processo dinamico, che cambia di giorno in giorno. Oltre a ciò, appare inequivocabile che tutti hanno delle idiosincrasie, che portano a distorcere la visione obiettiva. Alcuni esempi: genitori che insistono oltremodo, perché i figli proseguano il loro lavoro o professione, genitori che, per collera o altro, reclamano dai figli comportamenti ingiusti; altri ancora che, pur sapendo con chiarezza ciò che vogliono, credono che il fine buono giustifiche mezzi ingiusti o non adeguati, per il suo raggiungimento. Anche per migliorare nella virtù della prudenza, occorrono le giuste motivazioni; si può indirizzare tale virtù al raggiungimento della concordia sociale o all’efficacia del lavoro; per un cristiano, il motivo fondamentale è quello di compiere la volontà di Dio. La prudenza ha altresì bisogno di un certo sviluppo intellettuale: occorre saper distinguere; avere criteri; essere in grado di valutare, giudicare e decidere. Il bambino difficilmente agisce con prudenza, tuttavia ha bisogno di praticare e sviluppare questa virtù, passando da una fase in cui obbedisce quasi totalmente agi educatori a quella in cui prende una decisione personale ed in autonomia. Durante questo percorso, il bambino ha bisogno di essere aiutato a capire ciò che può decidere da solo, a giudicare le situazioni nuove o che non conosce, a riconoscere la complessità dei rapporti relazionali. In tal modo, il processo di crescita della virtù si centra sulla sua graduale accettazione della responsabilità di agire con prudenza, nel prendere decisioni in situazioni sempre diverse tra loro, che richiedono criteri corretti e ponderati. Conoscere la realtà L’atteggiamento migliore è quello di riconoscere i propri limiti, cercando di valutare con obiettività i dati in proprio

IV. Obbedienza

Questo articolo appartiene alla serie “Le Qualità Umane: come educarle“ Questa virtù cerca di mettere ordine nelle nostre relazioni con gli altri e finanche con Dio, fa sì che rispettiamo vicendevolmente i nostri diritti, ci spinge a compiere i nostri doveri, prescrive la semplicità, la sincerità e la mutua gratitudine. L’obbedienza risveglia in alcune persone la sensazione sgradevole che la propria volontà sia dominata dalla supremazia di un altro; obbedendo, pensano di sacrificare la loro personalità, la loro libertà, la loro iniziativa la e creatività personale.In realtà l’obbedienza, intesa come virtù, non ha nulla in comune con la mera sottomissione, ma riconosce chi ha l’autorità (auspicabilmente congiunta all’autorevolezza) di guidare e “comandare”. Questa visione deriva dal pregiudizio che porta a considerare come raramente l’autorità sia connessa anche con la giustizia. I genitori devono stimolare nei figli la virtù dell’obbedienza, ancorandola ai valori che considerano importanti nella vita. I figli che non riconoscono il valore dell’obbedienza da giovani, avranno maggiori difficoltà in seguito, per acquisirla come “abito”. Si noti che l’obbedienza non è una virtù da bambini, per rendere la vita più facile ai genitori; essa è bensì una virtù importante per tutta la vita. Motivi per obbedire Possiamo distinguere tra motivi profondi, che i genitori devono conoscere e trasferire ai figli con gradualità, e motivi parziali, di cui i giovani hanno bisogno per acquisire l’attitudine ad obbedire, nel loro cammino verso una piena comprensione di questa virtù. Nel senso di virtù cristiana, obbedire all’ ”autorità legittima” significa obbedire a Dio. Chi comanda può sbagliarsi; non chi obbedisce, finchè non si fa qualcosa che si oppone alla giustizia. L’obbedienza è finanche forma di autentica libertà, perché è schiavo l’uomo che è pervicacemente attaccato solo alla propria volontà. La volontà tendenzialmente è orientata verso il bene, ma talvolta accade che l’intelligenza (razionalità) non sia in grado di percepire ciò che è realmente buono. L’obbedienza offre un solido fondamento alla fortezza e alla perseveranza, per raggiungere i fini che ci proponiamo nella nostra vita. Nei bimbi più piccoli, l’obbedienza deriva dal fatto che essi, anche inconsciamente, riconoscono l’autorità dei genitori, che offrono loro sicurezza ed affetto. Certo ò che, dopo i tre – quattro anni, comincia l’era del “no”, in cui i bimbi cominciano a sviluppare la loro volontà; se prima papà “sapeva tutto”, ora papà “non sa tante cose”, e il bimbo comincia ad esigere che i genitori lo convincano, perché obbedisca. I motivi per obbedire, dai cinque anni in poi, cambiano; inizialmente il bambino può obbedire per l’autorità dei genitori; in seguito, oltre a ciò (che non scomparirà mai del tutto), occorrerà utilizzare alcuni mezzi complementari, per coniugare l’esigenza dell’obbedienza con la capacità razionale e la volontà del giovane. Dopo i tredici – quattordici anni, conviene che l’obbedienza avvenga in conseguenza di un atteggiamento di riflessione, mentre i motivi per obbedire devono coincidere con i valori che i giovani cominciano a vivere più coscientemente. È altresì naturale che l’autorità – servizio dei genitori trovi corrispondenza nei figli in un’obbedienza “per amore”,

III. Giustizia

Questo articolo appartiene alla serie “Le Qualità Umane: come educarle“ Questa virtù cerca di mettere ordine nelle nostre relazioni con gli altri e finanche con Dio, fa sì che rispettiamo vicendevolmente i nostri diritti, ci spinge a compiere i nostri doveri, prescrive la semplicità, la sincerità e la mutua gratitudine. Se si avrà uno sviluppo di questa virtù in ciascuno dei membri della società, vi saranno un benessere quasi completo ed una pace duratura. Esiste altresì una serie di virtù annesse alla giustizia, ognuna delle quali ha grande interesse per gli educatori; l’obbedienza, la pietà, la sincerità, l’amicizia…. La giustizia si riferisce sempre a un “altro”. Per esempio, un bambino può rompere il giocattolo di un altro bambino; sarà una mancanza di giustizia, se non rimedia, comprando un giocattolo di ugual valore, o non aggiusta quello che ha rotto. Se, invece, un bambino rompe un suo giocattolo, non sarà una mancanza di giustizia, ma una mancanza di povertà. “Stretto diritto” significa che non si tratta di un regalo, ma di qualcosa di dovuto. Perciò la giustizia è in funzione della capacità dell’individuo di riconoscere il debito. Certo è che, nel considerare la virtù della giustizia, non possiamo dimenticare di accompagnarla costantemente con la carità. “Simmetria” vuol dire che deve esserci un’equivalenza esatta tra il dovuto e ciò che si dà; altrimenti, l’atto non sarà giusto. La giustizia si esprime attraverso tre relazioni fondamentali: dei singoli tra loro = giustizia commutativa della società con i singoli = giustizia distributiva dei singoli con la società = giustizia legale Essere giusto non significa comportarsi con giustizia solo in qualche occasione, ma è l’abito di colui che si comporta costantemente secondo le norme della giustizia. La virtù della giustizia risiede nella volontà, e non nell’intelletto. Essa non è ordinata – come la virtù della prudenza- a dirigere atti conoscitivi, ma a regolare il corretto comportamento nelle azioni. Se osserviamo il comportamento dei giovani alle diverse età, notiamo con maggior frequenza atti ingiusti nei più piccoli, in quanto essi non hanno desiderio di nascondere quell’atto ingiusto, per il semplice fatto che non lo ritengono tale. Quando invece i figli sono entrati nell’età della ragione, quando compiono un’azione ingiusta, preferiscono nasconderla o cerare qualche giustificazione. Secondo gli studi di Piaget, sembra che per il bambino di sette /otto anni la norma più importante sia quello che dicono i genitori. Dopo quell’età, il bambino comincia a scoprire l’esigenza che tutti siano trattati ugualmente; solo dopo gli undici anni comincia a capire che la cosa più giusta non è un trattamento egualitario, ma piuttosto un trattamento di equità, che tenga conto delle responsabilità e della situazione di ciascuna persona. Da notare anche che, a partire dai nove / dieci anni, i bambini preferiscono discutere le regole tra loro, ricorrendo agli adulti solo quando hanno bisogno di qualcosa che non riescono a controllare; a volte, peraltro, preferiscono abbandonare le attività che stanno svolgendo, anziché ricorrere alla decisione dei genitori. Occorre aiutare i bambini ad acquisire gli abiti, mediante l’affetto, la comprensione e
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